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IL RACCONTO DI ASTRID

La corsa al lusso “indiscriminato” è sempre frutto di una visione miope della società e del mercato. Lo dimostra l’industria dell’automobile che – fatti tutti i possibili distinguo – è diventata ciò che è diventata grazie alla netta estensione verso il basso del bacino di utenza, dunque mettendo in secondo piano l’iniziale esclusività del prodotto.

A concepire questa strategia fu Henry Ford che, nel 1908, approfittando dei minori costi di produzione portati dalla catena di montaggio, volle costruire la prima utilitaria della storia: il Modello T.

Tra l’altro, Ford ebbe anche l’intelligenza di aumentare i salari dei suoi dipendenti in maniera tale che pure loro potessero diventare clienti, e per di più incentivò la vendita rateale. Certo, era l’America. In Europa, nello stesso periodo e fino alla fine della seconda guerra mondiale, il mezzo di trasporto popolare sarebbe rimasto la bicicletta.

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Ma subito dopo, grazie in particolare alla tedesca Volkswagen (guarda caso: Volks=popolo; Wagen=carro) con la sua Typ1, diventata per noi nota come Maggiolino, e alla Fiat con le sue 600 e 500, il fenomeno della cosiddetta motorizzazione di massa si sviluppò in modo prodigioso anche nel Vecchio Continente. Si pensi solo all’Italia: nel 1946, nel nostro Paese circolavano 149.649 vetture, una ogni 158 abitanti; nel 1970 erano già diventate 10.181.000, una ogni 4,9 abitanti.

Bene, quello che soprattutto a partire dal nuovo millennio sta succedendo alla nautica da diporto italiana è esattamente il contrario. Non che manchino le “utilitarie”, intendiamoci. Il problema è che c’è una parte fondamentale della filiera – compresa quella politica – che le sottostima o non le considera affatto, valutando cinicamente che conviene assai di più spremere l’armatore di un solo superyacht piuttosto che cento proprietari di piccoli natanti.

Per non parlare più specificamente dei velisti, che, fatte poche eccezioni, vengono guardati con fastidio perché sono quelli che “cercano di risparmiare facendo loro stessi i lavori a bordo”. Peccato che, oltre al loro sacrosanto obiettivo di contenere le spese (leggasi: sottrarsi a richieste di compenso spesso scandalosamente esose), spesso c’è anche l’amore per la loro barca. Ma questo non fa mercato, perciò non vale niente.

Meditavo su questo importantissimo tema, quando mi è giunta la notizia della scomparsa di Astrid Muckermann, fin dagli anni ‘60 – e per molto tempo – indimenticabile anima organizzatrice del Salone di Genova.

Tedesca di nascita, durante una mia intervista del 1983 mi raccontò di come il Governo della Germania avesse avviato una campagna di promozione della nautica da diporto, comprando pagine sui principali quotidiani per pubblicare uno slogan che più o meno suonava così: “Comprati una barca, non importa di che dimensioni: è comunque il modo più bello di godersi il mare in famiglia”. Per inciso, il mare sottinteso non era esattamente il Mediterraneo, bensì gli assai meno temperati Mare del Nord e Mar Baltico.

Nautica popolare, insomma. Oggi, per i molti snob che popolano questo mondo fatto di troppa apparenza, un concetto inaccettabile, sconveniente, volgare.
Corradino Corbò